Polite, pertinent and... pretty Polite, pertinent and… pretty: designing for the new wave of personal informatics” era il titolo di una conferenza tenuta da Matt Jones (Dopplr) e Tom Coates (Yahoo! Brickhouse) presso la recente Web 2.0 Expo a San Francisco.

Riassumere la loro conferenza non è facile, ma farò un tentativo. In ogni caso le 81 slide con annotazioni dei relatori sono disponibili su SlideShare.

Jones e Coates partono dalla premessa che l’informazione stia diventando così pervasiva, onnipresente, localizzata e personalizzata che non solo ci permette di aumentare la nostra consapevolezza, ma anche di utilizzarla costantemente a nostro vantaggio. Questi dati vengono da grossi database, ma anche dai nostri comportamenti. Il nostri dispostivi sentono, registrano e campionano dati, e li condividono con altri dispositivi e con noi ed altra gente. Questo viene chiamato “personal informatics”. Ma questo pone una grossa sfida dell’esperienza dell’utente, che richiede una sofisticata soluzione di design:

“La disciplina dell’informatica si basa sul riconoscimento del fatto che il design di questa tecnologia non è solo una questione tecnica, ma si deve concentrare sulla relazione tra la tecnologia e l’utilizzo nel mondo reale.”

“Cioè, l’informatica progetta soluzioni in un contesto, e tiene conto degli ambienti sociali, culturali ed organizzativi in cui la tecnologia dell’informazione verrà utilizzata.”

Ma concretamente cosa significa questo? Come dovremmo progettare? Jones e Coates propongono “tre pioli su cui appendere alcuni pensieri” e tutti quanti iniziano per P.

Nel definire il concetto di politeness (cortesia)(da intendere come il “ying più morbido per il duro yang della ‘privacy’), loro si appoggiano su pensatori come Adam Greenfield (ed in particolare il suo recente libro “Everyware“), Mimi Ito, Leisa Reichelt, Matthew Chalmers, Anne Galloway ed ovviamente la loro personale esperienza.

La Pertinence (applicabilità) tratta sul “rivelare informazione che sia opportuna ed il più possibile ‘in context’”. Per definire meglio questo, loro si riferiscono alla metafora del ‘ movimento’ che Matt Webb di Schulze & Webb ha descritto di recente ad una conferenza. Webb sostiene che ci stiamo spostando da una rete di ‘luoghi’ a “qualcosa di più simile ad una rete di organismi o meccanismi connessi che si alimentano a vicenda”.

Quindi la questione qui è quella di mostrare piccole parti di informazione nel contesto giusto e al momento giusto, “consegnata in forme sempre più pertinenti, a seconda delle nostre abitudini e contesti”.

E finalmente c’è la prettiness (bellezza):

“Le grandi quantità di informazioni che l’informatica personale genera non solo deve essere chiara e comprensibile per creare leggibilità ed alfabetizzazione in questo nuovo mondo, ma inserirei in questa prima ondata anche la seduttività, per incoraggiare il gioco, l’esperimentazione e l’adozione”.

Quindi qual è il futuro dell’informatica personale? Non stiamo creando il nostro proprio “participatory panopticon” (Jamais Cascio)? O ci stiamo muovendo verso un mondo pieno di “spimes” (Bruce Sterling)? Al momento sono spesso gli artisti ad esplorare i limiti di questo futuro ignoto.

In un lungo post, Alex Steffen di Worldchanging presenta il suo proprio – eccellente – riassunto della conferenza di Jones/Coates, ma porta le loro analisi un passo più avanti connettendole con la sostenibilità ed aggiungendo una quarta P (“Protezione”):

“L’ubiquità e la sostenibilità potrebbero potenziarsi a vicenda. L’ubiquità abilita le storie rivelate, i flussi osservati ed i servizi condivisi rendendo più facile vivere bene con la minima espesa ed il minore impatto ecologico. La sostenibilità, in particolare nella forma dell’urbanismo compatto con innovazione verde, concentra le interazioni umane tra di loro e tra reti di sistemi, rendendo più facile fornire alla vita quotidiana il genere di intelligenza che permette all’informazione di venire raccolta, condivisa e connessa. La rete e la piazza pubblica, come scrisse Castell, sono simbiotici.” [...]

” Il PSS [product-service systems] offre enormi potenziali di benefici di sostenibilità. Infatti, direi che diventerà impossibile recapitare una prosperità sostenibile senza l’adozione diffusa di sistemi condivisi. Ma essi possono avere anche degli svantaggi, in quanto il PSS si basa su una connessione più intima con i suoi utenti, e dove quell’intimità non è supportata da una relazione protetta, può risultare in un vero disastro.” [...]

“Quindi, aggiungerei una quarta P, “Protection.”

Se dobbiamo interagire in modo intimo con le aziende — in modi che impattano le nostre più profonde scelte di vita — quelle interazioni non solo dovrebbero tenersi in un alto livello di trasparenza e di responsabilità pubblica; devono anche essere salvaguardate in modi formali tramite strutture decisionali che proteggano i diritti di utente della gente coinvolta.”

Steffen continua a sorprendermi con la profondità delle sue idee.