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 Gennaio 2008
30 Gennaio 2008
Blyk come un’azienda ‘user-generated’
Blyk Marek Pawlowski di MEX pensa che Blyk, il MVNO fondato sulla pubblicità, sia veramente un’azienda di media generata dagli utenti:

“Blyk è descritta tipicamente negli articoli come un ‘MVNO fondata sulla pubblicità’, ma dopo aver passato un pò di tempo osservando il modello dell’azienda e parlando col management, sono portato a pensarla come un nuovo tipo di business mobile.

Blyk è effetivamente un’azienda di media generata dagli utenti, ma con qualche differenza sostanziale. Diversamente da molte venture dal contenuto ‘user-generated’, questa non fa affidamento sul fatto che gli utenti si prendano il disturbo di fare le proprie pagine o di pubblicare le proprie foto. E non cercano di collocare pubblicità all’interno del ‘contenuto’ stesso. Piuttosto, il ‘media’ di Blyk sono le comunicazioni da persona a persona che offre gratuitamente ai suoi abbonati.

Le aziende di media tradizionali, come le riviste e gli studi di televisione, devono impiegare uno staff per produrre una corrente costante di contenuti dentro i quali possono infilare il loro inventario di pubblicità. I servizi generati dagli utenti affrontano il proprio set di sfide, in particolare la necessità di aumentare di scale ad una velocità spaventosa, risolvendo così il problema degli ’spazi vuoti’. L’offerta di Blyk, tuttavia, permette all’azienda di tralasciare le questioni di scala del modello ‘user-generated’ e di evitare i costi di produzione dei media tradizionali. Tutto quello di cui hanno bisogno è che la gente resti interessata all’idea di effettuare chiamate e mandare messaggi di testo.”

Leggi tutto l’articolo

A proposito, Blyk ha annunciato oggi la propria espansione nell’Olanda e che hanno dei nuovi investitori, tra cui Goldman Sachs e Industrial and Financial Investments Company (IFIC).

29 Gennaio 2008
Uno sguardo dalla Francia alla scuola del futuro
Futurelab Jean-Marc Manach ha scritto un lungo articolo sulla scuola del futuro– la Scuola 2.0 — sul mio sito francese preferito InternetActu.

Manach copre gli sviluppi internazionali in quest’area (principalmente in USA e Germania) e da una visione di insieme su cosa stia accadendo in Francia.

TL’articolo, scritto in Francese, merita la pena se conoscete la lingua. Altrimenti date un’occhiata ai link: molti di loro portano a siti in inglese.

29 Gennaio 2008
Nuovo resoconto NESTA sull’innovazione sociale locale
Transformers “Transformers – how local areas innovate to address changing social needs” è un nuovo resoconto del Dipartimento Nazionale Britannico per Scienze, Tecnologia e Arte (NESTA) che esplora perchè alcuni luoghi innovano in modo più effettivo rispetto ad altri.

Prendendo una serie di studi di casi - presi dal Regno Unito ed internazionalmente (tra cui Lille, Francia; Gouda, Olanda; e Portland, USA) - come punto di partenza, questo resoconto tira fuori alcune fascinanti  conclusioni sui fattori comuni per avere successo. Su tutti, dimostra chiaramente che la capacità innovativa può essere alimentata anche in circostanze poco promettenti.

Nel complesso, sono stati identificati tre fattori critici essenziali per l’innovazione di successo - la voglia di cambiare, capacità interiori forti, e risorse e feedback esterni. Il resoconto crea un forte modello di lavoro basato su questi tre fattori, e mostra come possa essere applicato ad un certo numero di situazioni, dall’organizzazione di comunità ai servizi di prima linea.

- Comunicato stampa
- Punti salienti del resoconto
- Resoconto (pdf, 6 mb, 140 pagine)
- Policy briefing (pdf, 5 pages)
- Video dell’evento di inaugurazione

29 Gennaio 2008
Una ricerca dimostra che i cellulari sono usati principalmente per effetuare chiamate e mandare SMS
Carphone Warehouse Usability News scrive su un nuovo sondaggio che mostra che nonostante il grossi investimenti nello sviluppo dei cellulari e dei servizi che li riguardano, la maggior parte dei consumatori britannici continua ad usare il cellulare esclusivamente per effettuare chiamate o mandare messaggi.

La ricerca, commissionata dallo esperto in gestione delle interazioni mobili SNAPin Software, mostra che fino al 60% degli utenti di telefonia mobile britannici esclusivamente usano le funzioni di chiamata e messaggio nei loro cellulari.

Tra circa un terzo degli interpellati che aprofittano delle caratteristiche dei loro cellulari, la fotocamera è la prima scelta: il 30% usa la fotocamera e fa e manda foto ad amici e famiglia. Tuttavia solo il 12% degli utenti manda e-mail dal proprio cellulare o accedono a Internet.

Secondo SNAPin Software, i consumatori britannici stanno esperimentando un certo numero di problemi che possono essere percepiti come barriere ad un’adozione più ampi delle caratteristiche e dei servizi dei cellulari. Basandosi sui risultati della ricerca, questi possono essere identificati come apatia nei confronti dei servizi, confusione con le bollette e indisponibilità nei confronti dei manuali.

  • Più della metà degli interpellati (60%) non sono interessati ad utilizzare i servizi disponibili sul loro cellulare.
  • Circa un terzo degli interpellati (29%) sono confusi sulle tariffe degli operatori di telefonia e su come vengano loro addebitati i servizi addizionali.
  • Molti interpellati (18%) non sono disposti ad esaminare un mauale di istruzioni per imparere ad utilizzare certe applicazioni.

“Al giorno d’oggi i cellulari sono dotati di funzionalità, eppure molti utenti scoprono solo una piccola frazione delle caratteristiche e delle applicazioni disponibili”, ha detto Robert Lewis, presidente e direttore generale presso SNAPin Software. “Noi crediamo che questa situazione sia sintomatica di come i produttori di dispositivi mobili e gli operatori stiano aprocciando l’educazione degli utenti. Gli utenti hanno bisogno di modi di scoprire il potenziale del proprio cellulare più semplici e che richiedano meno tempo. Questi devono essere consegnati al momento giusto - quando gli utenti li richiedono di più.”

28 Gennaio 2008
Prof. Ollivier Dyens sulla rivoluzione “disumana”
La condition inhumaine Con la pubblicazione del libro “La condition inhumaine: essai sur l’effroi technologique” [La condizione disumana: saggio sulla paura della tecnologia] di Ollivier Dyens, il giornale francese Le Monde ha pubblicato un’intervsta con l’autore.

Ecco una traduzione frettolosa:

Per adattarci al potere delle tecnologie digitali, dovremo cambiare profondamente la visione che abbiamo di noi stessi, dice Ollivier Dyens, professore a Montreal.

Come professore di Studi Francesi presso la Concordia University di Montreal, hai studiato l’impatto delle nuove tecnologie sulla società per i passati quindici anni. La sorprendente crescita di potere del dominio digitale sarà capace di cambiarci in profondità?

Qualche anno fa, pensavo che la tecnologia avrebbe certamente cambiato l’essere umano. Ora penso che la tecnologia cambierà la percezione che noi abbiamo dell’essere umano. Credo sempre di meno al mito del cyborg, l’uomo macchina. Ma la visione che abbiamo di noi stessi dovrà cambiare per adattarsi alla realtà tecnologica del domani.

Il tuo ultimo libro è intitolato “La Condizione Disumana”. Perchè questo titolo?

Il termine “disumano” non è riferito alla crudeltà, ma a quello che c’è oltre l’umano. Le risposte fornite dalla scienza e la tecnologia alle domande essenziali che l’uomo si chiede dall’alba dei tempi - Chi sono io? Da dove veniamo?- sono sempre di più in conflitto con quello che ci dettano i nostri sensi e la nostra mente. Quindi c’è una crescente tensione tra la nostra realtà biologica e quella tecnologica, e questo ci porta a quello che io definisco la “condizione disumana”. Abbiamo sempre considerato gli strumenti e i linguaggi come strutture che esistono per rispondere alle nostre necessità. E’ vitale riconsiderare questa relazione.

Perchè la crescente sovrapposizione delle realtà biologiche e tecnologiche ci preoccupa così tanto?

Uno specialista giapponese di robot ha tracciato un’immagine mentale per riuscire a spiegare la nostra preoccupazione. L’ha chiamata la “Uncanny Valley”. Finchè i robot saranno un pò diversi da noi, non ci disturbano. Ma quando si avvicinano troppo, cadiamo nella Uncanny Valley. Ua mano artificiale diventa sconcertante il giorno in cui assomiglia troppo ad una reale - una mano che puoi toccare e stringere come se fosse naturale. Questo è il punto a cui siamo arrivati ora col digitale, il quale sta diventando sempre più “intelligente”, sempre più “vivo” … Questo è quello che ci preoccupa, perchè ci assomiglia troppo.

Dici che le macchine si sono fatte carico della civiltà all’inizio del nuovo millennio.

Ricordi la paura che avevamo il 31 Dicembre 1999 per il Millennium Bug? La paura era reale ed esisteva all’interno dell e più grandi aziende informatiche. In quel giorno tutta l’umanità trattenne il fiato, attendendo il verdetto delle macchine sul fatto che fossero capaci o meno di “capire” i tre zero della data. E cosa succese? I computer, ovunque al mondo, riuscirono ad adattarsi. Non accadde nessuna catastrofe — né nei paesi dove c’era stata poca preparazione, né in quelli dove c’è n’era stata tanta.

Quello che sto dicenfo è che i sistemi digitali sono diventati troppo aggrovigliati, troppo potenti per permetterci di determinare cosa li rende efficienti o inneficienti. Sono diventati un pò come le condizioni meteorologiche, che sappiamo essere troppo coplesse per poterci permettere di estimare una previsione oltre qualche giorno di distanza.

E’ abbastanza sconvolgente l’essere scavalcato dall’autonomia delle macchine create da noi stessi.

Sì, per alcuni lo è. Ma altri lo considerano un normale processo evolutivo. Sono importanti le dinamiche della vita, che siano sul DNA o su silicone. Qualunque sia la conclusione, la tecnologia ci sta obbligando a ridefinire il nostro posto nella gerarchia planetaria. Non possiamo più collocarci in cima alla piramide, ma dobbiamo vederci in una posizione dinamica che tenga in considerazione le macchine come parte integrativa della specie umana

E nel caso in cui non ci riuscissimo?

Allora rischiamo di finire in un fututo prossimo in un mondo polarizzato, manicheista e violento, dove la maggior parte dell’umanità è completamente tagliata fuori dal mondo delle rappresentanze, idee, teorie e cultura. Un mondo di frustrazione e disperazione affermato da una nuova alienazione: l’alienazione della conoscenza.

Questo rischio è già presente: troviamo sempre più difficile distinguere tra l’informazione e la sua sintesi - in altre parole, la conoscenza. Perchè? Perchè la cultura generata dalle macchine ci sta sorpassando. Per usare una metafora marittima: la quantità di informazione sulla rete è un oceano, ma non conosciamo l’arte di navigarlo. Per sopravvivere, siamo lasciati sempre di più con nessun altra scelta se non quella di restare in superficie, fare “surf” nella rete. Ma noi uomini navighiamo ancora nella vecchia maniera, e colleghiamo la conoscenza con l’idea di approfondire il nostro studio. Superficie e profondità: dobbiamo riconciliare nuovamente queste due notioni.

La “condizione disumana! avrà conseguenze positive?

Meno guerra, forse. Più i paesi sono economicamente e culturalmente intrecciate, meno ragioni ci sono per vedere l’altro come straniero che dev’essere combattuto. Le tecnologie digitali e internet stimolano questa connessione tra gli esseri umani. Email, chat e blog richiamano a ciò che ci connette, oltre la geografia, il nostro corpo o il colore della pelle. Mai in precedenza avevamo passato così tanto tempo comunicando, arricchendoci e dibattendo attraverso le nostre reti.

Internet creerà nuove forme di intelligenza collettiva?

Sì, ne sono convinto. I mezzi di comunicazioni che ci vengono offerti da questi network digitali istantanei sembrano condividere un unico obiettivo comune: sostenere o creare la coerenza globale. Un blog acquisisce legittimità se è collegato ad altri blog, e il primo sito a comparire tra i risultati di Google è quello “hyperlinked” dal maggior numero di siti… Questa legittimità proveniente dalla collettività comporta qualche pericolo: si difende dall’individuo e non si preoccupa molto delle cose cose fuori dalla norma o marginali. Ma ha anche un grosso potenziale, capace di cambiare profondamente la nostra relazione col mondo. L’aspetto umano della condizione disumana è dopotutto molto più vicina a noi che la formica — la quale vive, esiste e capisce il suo mondo attraverso la collettività — e di conseguenza non ci sono indivudui autonomi, consci e unici.

28 Gennaio 2008
Quattro speaker dibattono sul futuro del design
Activmob Alice Rawsthorn, la critica di design dell’International Herald Tribune, ha presieduto un dibattito settimana scorsa al World Economic Forum in Davos, Svizzera, sul futuro del design.

Gli altri partecipanti erano Paola Antonelli, curatrice di architettura e design presso il Museo d’Arte Moderna di New York; Hilary Cottam, che sviluppa soluzioni di design per problemi nell’educazione, sanità e altri servizi pubblici come co-fondatrice dell’agenzia Participle di Londra; e John Maeda, la stella del design digitale e recentemente designato presidente del Rhode Island School of Design (RISD).

Le istruzioni erano semplici: identifica tre temi che, secondo te, definiranno il design nel futuro.

Ecco a cosa sono giunti:

Alice Rawsthorn

  • progettare per la maggioranza sprivilegiata
  • dematerializzazione
  • consumo senza sensi di colpa

Paola Antonelli

  • stampa 3D
  • desiderio di privacy
  • tradurre gli avanzi scientifici e tecnologici in cose di cui abbiamo bisogno o desideriamo

Hilary Cottam

  • indirizzarsi alle grandi questioni sociali dei nostri tempi
  • affrontare i problemi sociali attraverso la collaborazione di massa
  • policy making

John Maeda

  • responsabilità morale
  • semplicità
  • apprezzare la bellezza degli oggetti e dei luoghi quotidiani

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28 Gennaio 2008
Pensando al domani
Thinking about tomorrow Il Wall Street Journal sembra essere una decina d’anni più avanti e immagina come la tecnologia cambierà il nostro modo di fare compere, imparare, intrattenerci, ricevere notizie, proteggere la nostra privacy e connettere con gli amici.

L’articolo è strutturato in sette sezioni, ognuna delle quali è scritta da un autore diverso del Wall Street Journal:

  • Come facciamo compere
  • Come giochiamo
  • Come guardiamo i film e la TV
  • Come facciamo e manteniamo le amicizie
  • Come ricerchiamo sulla rete
  • Come ci procuriamo le notizie
  • Come proteggiamo la nostra privacy

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26 Gennaio 2008
La “Google Generation” è un mito, dice una nuova ricerca britannica
Google generation Un nuovo studio capovolge la supposizione generale che la ‘Google Generation’ – i giovani nati o cresciuti nell’era di Internet - è la più colta per quanto riguarda la rete.

Il primo studio virtuale longitudinale portato a termine dal gruppo di ricerca CIBER dell’University College London dichiara che, nonostante i giovani dimostrino un apparente facilità e familiarità con i computer, essi fanno molto affidamento sui motori di ricerca, danno uno sguardo anzichè leggere e non possiedono le capacità critiche e analitiche per valutare l’informazione che trovano sulla rete.

Il resoconto Information Behaviour of the Researcher of the Future (pdf, 1.7 mb) mostra anche che i tratti del carattere che sono comunemente associati agli utenti più giovani - impazienza nella ricerca e nella navigazione, e nessuna tolleranza per qualsiasi ritardo nel soddisfare le loro necessità di informazione - stanno diventando la norma per ogni fascia di età, dai giovani pupilli ai professori.

Commissionato dalla British Library e il JISC (Joint Information Systems Committee), lo studio fa appello alle biblioteche affinchè rispondano con urgenza alle necessità in cambiamento dei ricercatori e degli altri utenti. Puntare al virtuale è essenziale e imparare quello che vogliono i ricercatori è cruciale se le biblioteche non vogliono diventare obsolete. “Le biblioteche in generale non stanno al passo con le richieste di servizi che siano integrati e consistenti con la loro più ampia esperienza di internet”, dice il dottor Ian Rowlands, principale autore del resoconto.

I risultati mandano anche un forte messaggio al governo. Se il Regno Unito vuole restare una grande economia della conoscenza con una prossima generazione di ricercatori ben preparata..

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26 Gennaio 2008
Pubblicazioni recenti del prof. Paul Dourish
Paul Dourish Putting People First presenta regolarmente il lavoro del professore dell’UC Irvine Paul Dourish, il cui interesse ricade sulle aree di incrocio tra la scienza dei computer, l’antropologia, l’ubiquitous computing, mobilità, design e HCI.

Ecco alcune delle pubblicazioni più recenti di questo prolifico ricercatore:

Brewer, J., Bassoli, A., Martin, K., Dourish, P., e Mainwaring, S. 2007. Underground Aesthetics: Rethinking Urban Computing. IEEE Pervasive Computing, 6(3), Luglio-Settembre, 39-45

Uno studio etnografico e una proposta di design per un’applicazione di scambio di musica suggeriscono come può aiutare a riconsiderare il design dell’urban computing il situare esplicitamente al primo piano le qualità esperienziali della vita urbana.

Dourish, P. 2007. Seeing Like an Interface. Proc. Australasian Computer-Human Interaction Conference OzCHI 2007 (Adelaide, Australia)

I sistemi mobili e di ubiquitous computing stanno diventanto sempre più interessanti per i ricercatori di HCI. Spesso, questo ha significato considerare i modi in cui potremmo trasferire le applicazioni desktop ai dispositivi e contesti mobili. In ogni caso, noi non solo esperimentia le esperienze sul luogo - esperimentiamo anche le ambientazioni quotidiane attraverso le tecnologie a nostra disposizione. Traendo spunto dalla ricerca antropologica, abbozzo un modo alternativo di pensare alla relazione tra tecnologia e “vedere” la vita e gli spazi quotidiani.

Brewer, J., Mainwaring, S., and Dourish, P. 2008. Aesthetic Journeys. Proc. ACM Conf. Designing Interactive Systems DIS 2008 (Cape Town, South Africa)

I ricercatori e i designer stanno creando sempre più tecnologie per supportare la mobilità urbana. Tuttavia, non è ancora chiaro di che mobilità si tratti. I questo scritto useremo la nozione di viaggi estetici per riconsiderare la relazione tra spazi urbani, gente e tecnologie. Il lavoro sul sistema di pullman nell’Orange County e sulla metropolitana a Londra porta ad un dibattito sul come dovremmo iniziare a progettare per molteplici mobilità.

Williams, A., Dourish, P., and Anderson, K. 2008. Anchored Mobilities: Mobile Technology and Transnational Migration. Proc. ACM Conf. Designing Interactive Systems DIS 2008 (Cape Town, South Africa)

Le tecnologie mobili sono sviluppate in diverse ambientazioni sociali, culturali, politiche e geografiche, e incorporate in diverse forme di mobilità personale e collettiva. Presentiamo un’ etnografia sui pensionati tailandesi transnazionali e i loro usi delle tecnologie mobili, evidenziando le forme di mobilità che sono ancorate spazialmente, temporalmente e infrastrutturalmente, e i concetti della casa come una rete tra parenti che può essere distribuita globalmente. Concludiamo segnalando diverse forme in cui le nostre osservazioni e analisi possono influenzare il design.

Troshynski, E., Lee, C., and Dourish, P. 2008. Accountabilities of Presence: Reframing Location-Based Systems. Proc. ACM Conf. Human Factors in Computing Systems CHI 2008 (Firenze, Italia)

Come si presentano la mobilità e la presenza come aspetti della vita sociale? Basandoci sullo studio di un caso di criminali in libertà vigilata seguiti tramite GPS, abbiamo esplorato le forme in cui le tecnologie basate sulla posizione strutturano l’esperienza quotidiana dello spazio della gente. In particolare, ci concentriamo su come vengono negoziati l’accesso e la presenza al di fuori delle concezioni tradizionali di “privacy.” Introduciamo la nozione di responsabilità nei confronti della presenza e suggeriamo che è un concetto più utile di “privacy” per capire la relazione tra presenza e socialità.

(via Pasta&Vinegar)

24 Gennaio 2008
Palpable computing: un assaggio di quello che ci attende
Palpable ICT Results scrive su un progetto di ricerca Europeo sul “palpable computing” (Palcom), condotta dall’Università di Arhus in Danimarca. L’idea di base è simile ai concetti sviluppati da Genevieve Bell (guardate qui e qui) e Adam Greenfield.

“Palpable computing”, un termine coniato da Morten Kyng, un ricercatore presso l’Università di Aarhus in Danimarca, si riferisce alla tecnologia dei pervasing computer che è anche tangibile e comprensibile ai suoi utenti.

L’ubiquitous computing, nel significato tradizionale, si basa sulla visione di rendere i computer invisibili, suggerisce Kyng. “Il problema è che quando la tecnologia è invisibile non puoi vedere cosa stia facendo, come funzioni.”

Rendendo la tecnologia visibile quando è richiesto e comprensibile ogni momento, il palpable computing riduce le complicazioni di utilizzare la tecnologia, mentre rende più facile agli sviluppatori il creare nuove applicazioni.

La visione dell’ubiquitous computing si è concentrata sugli strumenti affinati attraverso l’uso nel tempo e si è adattata bene a fare quello per cui è stata progettata, commenta Kyng. “I problemi sorgono quando desideri o hai bisogno di qualcosa di nuovo o diverso da quello che intendevano i designer: l’utente non ha realmente il controllo”, aggiunge.

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22 Gennaio 2008
Sergio Falletti della Future Platforms sull’usabilità mobile
Sergio Falletti E-Consultancy intervista Sergio Falletti, direttore di specialisti in applicazioni mobili presso Future Platforms, sulle sfide e le opportunità del design di siti per dispositivi mobili.

Leggi l’intervista

22 Gennaio 2008
Resoconti di ricerca sull’utente della Nokia per i mercati emergenti
Phone in Kenya Nokia ha annunciato oggi il lancio di due cellulari che offrono una gamma di funzioni e colori mirati ai consumatori dei mercati emergenti. E’ interessante come loro siano stati progettati dietro ad una estesa ricerca sugli utenti.

Nokia 2600 classic per la personalizzazione

Il Nokia 2600 classic permette ai consumatori di caratterizzare il loro cellulari con cover colorate e Xpress-on completamente variabili e con suonerie MP3, e presenta anche un buon numero di funzioni per l’intrattenimento, incluse una radio FM e una camera VGA.

“Mentre la sensibilità ai costi e un elemento importante nella creazione di dispositivi mobili per i mercati emergenti, la risposta travolgente che riceviamo dai consumatori di questi mercati è che loro vogliono che i loro cellulari complementino la loro personalità e che offrano una certa varietà di colori e di funzioni di intrattenimento”, dice Alex Lambeek, Vice Presidentw, Entry Devices, Nokia.

Nokia 1209 per la condivisione del telefono

Stando a una recente inchiesta della Nokia tra i consumatori dei mercati emergenti [portata a termine in India, Cina, Brasile, Pakistan, Vietnam, Russia ed Egitto], sta emergendo una nuova tendenza: la condivisione di telefoni. Più del 50% degli intervistati in India, Pakistan e circa il 30% in Vietnam ha risposto che condivide o condividerebbe il proprio cellulare con la famiglia o gli amici - una cifra che contrasta col comportamento di consumatori dei mercati più maturi.

“La condivisione del telefono è una tendenza logica - sempre più famiglie stanno comprando un cellulare da condividere e non solo per il capo famiglia. In più, le fotocamere digitali stanno velocemente diventanto popolari in questi mercati, e fare e condividere immagini digitali sta diventando comune”, aggiunge Lambeek. “In risposta, Nokia ha sviluppato diverse qualità innovative come la rubrica multipla per supportare la condivisione di cellulari, e abbiamo aggiunto tecnologie come il Bluetooth ad alcuni modelli per rendere il trasferimento delle immagini e delle suonerie facile e accessibile.”

Il secondo modello introdotto oggi, il Nokia 1209, offre una funzione di gestione delle spese per rendere la condivisione facile e conveniente. Le innovazioni includono un idicatore prepagato, un’applicazione che segue le spese e la rubrica multipla - che permette la creazione elenchi di contatti personali di duecento numeri per un massimo di cinque persone.

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Nokia adesso ha anche un apposito sito dedicato alla ricerca sull’utente e al design di cellulari per i mercati emergenti, con PDF da scaricare e materiale video.

21 Gennaio 2008
I designer di PC prendono mirano all’usabilità
Proximity L’American Statesman scrive su come i produttori di PC non solo investano in design ma aggiungano anche l’”esperienza dell’utente” allo stile (e fino a che punto siano stati influenzati su questo dalla Apple Inc.).

“Anche se i colori e il design esteriore dei suoi ultimi modelli hanno attirato la maggior parte dell’attenzione, Dell Inc., Hewlett-Packard Co. e altri produttori di PC Windows stanno mettendo un rinnovato interesse nell’usabilità, affidabilità e nell’esperienza complessiva.

Dell e H-P hanno rimodellato le loro operazioni di design negli ultimi anni, combinando team che una volta erano separati. I cambiamenti hanno avuto come risultato alcuni ritocchi intelligenti all’hardware ma anche alcune caratteristiche di software progettate per aiutare a differenziare i loro sistemi da altri computer basati su Windows.”

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(via Usability in the News)

21 Gennaio 2008
L’economia delle aspettative
Expectation economy L’ultimo articolo di Trendwatching.com è dedicato all’”expectation economy”:

“L’economia delle aspettative è un’economia popolata da consumatori esperti, ben informati dal Canada alla Corea del Sud e che hanno una lunga lista di grandi aspettative che applicano ad ogni bene, servizio ed esperienza sul mercato.

Le loro aspettative si basano su anni di autoaddrestramento nell’iperconsumo, e nel diluvio biblico del new-style, fonti di informazione prontamente disponibili, curatori e filtri BS. Tutto questo aiuta a non aspettarsi gli standard basici di qualità, ma a rintracciare il ‘meglio del meglio’.”

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18 Gennaio 2008
Charles Leadbeater sui servizi pubblici autogestiti
Self-directed services Demos, il gruppo di esperti sulla “democrazia quotidiana”, ha pubblicato un nuovo resoconto sui “servizi pubblici autogestiti”, intitolato “Making It Personal“.

Abstract

il suo resoconto supporta un semplice e tuttavia trasformazionale approccio ai servizi pubblici - servizi autogestiti - il quali assegnano alla gente dei budget per poter dare forma, con i consigli di professionisti e pari, al supporto di cui necessitano. Questo approccio partecipativo porta a soluzioni personalizzate e durature per le necessità della gente ad un costo più basso degli approcci tradizionali, inflessibili e top-down, mobilizzando l’intelligenza di migliaia di utenti dei servizi per raggiungere soluzioni migliori.

La rivoluzione dei servizi autogestiti, che ha avuto inizio nell’ambito della cura sociale tra giovani adulti invalidi che progettavano e ordinavano i propri complessi di supporto, potrebbero trasformare i servizi pubblici utilizzati da milioni di persone, con budget dal valore di dieci miliardi di sterline. Dagli anziani agli ex-delinquenti, dalla maternità ai giovani, dalla sanità mentale alle condizioni sanitarie a lungo termine, i servizi autogestiti permettono alle persone di creare soluzioni che funzionano per loro e che danno come risultato un miglior valore per i soldi dei contribuenti.

I servizi autogestiti possono essere portati in scala con sicurezza minimizzando le frodi e i rischi. Essi possono essere buoni anche per l’uguaglianza perchè danno potere a quelle persone che sono meno confidenti e capaci di ottenere quello che vogliono dal sistema attuale. I servizi autogestiti danno alla gente una voce reale nel dare forma ai servizi che desiderano e i soldi per supportarli. Gli approcci precedenti alle riforme dei servizi pubblici hanno riorganizzato e razionalizzato i servizi pubblici. I servizi autogestiti li trasformano.

Charles Leadbeater è un associato di Demos, autore di We-Think, un socio temporaneo presso NESTA, the National Endowment for Science Technology and the Arts, e partner nel nuovo Participle (gli altri partner sono Hilary Cottam e Colin Burns). Gli altri due autori, Jamie Bartlett e Niamh Gallagher, sono ricercatori presso Demos.

Scarica la pubblicazione (pdf, 56 pagine)

18 Gennaio 2008
Interactions Magazine - prime impressioni
Interactions Questa mattina ho ricevuto una copia stampata dell’Interactions Magazine con la posta.

Wow.

Appare, si percepisce, e si fa leggere esattamente come una rivista per la nostra professione dovrebbe fare. Perchè nessuno ha mai pensato a questo prima? Contiene molti articoli approfonditi di gente che rispetto o per cui provo curiosità. Questa è la rivista ideale da portarsi appresso in viaggio o da leggere sul divano.

Un’altra prima impressione è che Richard Anderson e Jon Kolko, i redattori capo, siano usciti dalla perspettiva americana della professione: dalla britannica Elizabeth Churchill, al centro di Telecomunicazioni austriaco, e da Stefana Broadbent e Valerie Bauwens di Swisscom Innovations, al sudafricano Gary Marsden e Gabriel White situato a Beijing. Apprezzo molto questo impegno, specialmente dal momento che molti blog e pubblicazioni americani non hanno questa visione globale, o assumono - erroneamente - che la visione americana corrisponde a quella globale.

Quindi complimenti ai due capo redattori per la direzione intrapresa, e complimenti a ACM, gli editori, per concedere loro questa opportunità.

Il dipartimento di pubblicità dell’ ACM ha ora un’occasione d’oro: il nuovo approccio “Interactions” è là fuori, ma la pubblicità non è alla pari. E’ ancora molto vecchio stile. Alcuni approcci freschi e creativi potrebbero fare di Interactions Magazine una pubblicazione realmente sostenibile.

Quando avrò finito di leggere tutta la rivista, scriverò sicuramente qualcosa di più dettagliato. Nel frattempo, Richard e Jon, continuate così. Spero che ACM dia il conseguente passo logico: rendere gli articoli disponibili online. Sono anche curioso di sentire dove l’ACM (che sta per Association for Computing Machinery) come associazione voglia arrivare con questo, e come vuole posizionarsi nel nuovo panorama dell’esperienza dell’utente. La rivista non si esprime su quell’argomento. Magari il redattore esecutivo dell’ACM potrebbe venire stimolato per fare un articolo su di questo sul numero di Marzo-Aprile o sul sito.

In ogni caso, consiglio caldamente ai lettori di questo blog di abbonarsi alla rivista se non l’avete già fatto. Costa solo 50 dollari americani.

17 Gennaio 2008
Le tendenze di experience design nei servizi finanziari
Banking experience Scott Weisbrod, direttore di ricerca e pianificazione presso Critical Mass, ha pubblicato uno scritto sulle quattro tendenze dello experience design che lui vede nei servizi di finanza online:

1. Le banche stanno prendono sul serio l’esperienza del cliente
2. Il mobile banking non è ancora pronto per avere un ruolo principale
3. Le misurazioni quantitavi guidano le decisioni di experience design
4. Le banche traggono ispirazione dai nuovi gestori di finanze personali innovativi

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17 Gennaio 2008
Maestri di collaborazione
Continuum Business Week scrive su come l’ambiente del design del secolo XXI stia scambiando le star individuali per un lavoro di squadra che unisca designer, ingegneri, antropologhi ed altri ancora.

“Come le aziende di ingegneria più avanguardistiche hanno lavorato in squadra con dei designer per offrire un risultato olistico ai clienti, molti consulenti di design hanno risposto ai cambiamenti sismici nella tecnologia e nella cultura adottandoun approccio radicale e collaborativo - in totale contrasto col vecchio genere di designer mago/onniscente. E anche se possono benissimo esserci personalità di spicco all’interno delle aziende di consulenza, la nuova filosofia sembra adeguarsi comodamente a questi tempi dell’open source e dell’utente-centrismo. […]”

Piuttosto che dipendere sulla visione unica di una o due celebrità del design, queste aziende mettono insieme squadre di specialisti che portano a termine studi faccia-a-faccia sui comportamenti del consumatore e lavorano vicino ai loro clienti nel corso del processo creatico. L’obiettivo è quello di giungere a dei prodotti e delle esperienze adatti all’utenza del cliente, piuttosto che l’espressione dei gusti individuali dei singoli designer.”

Leggi l’articolo

16 Gennaio 2008
Designer di interazione, e come lo si è diventati
Interaction designers Carl Alviani ha pubblicato un articolo indagatore sulla professione del designer di interazione su Creative Seeds, il blog di Coroflot, che è il sito di carriera e comunità di Core77.

“Chiunque abbia seguito il mercato delle professioni creative durante gli ultimi anni sarà probabilmente consapevole della crescente frenesia attualmente in corso, mentre le aziende grandi e piccole cercano designer di interazione per fare…beh… qualunque cosa facciano. Per quelli di noi che non sono del settore, e che non sono molto esposti al processo di IxD (così è come viene abbreviato), può sembrare un’arte un pò esoterica e misteriosa, che attira l’attenzione dei media e degli impiegati, ma senza sapere bene il perchè. Sappiamo che lavorano con l’informazione (solitamente) e i computer (qualche volta), e che prestano molta attenzione agli utenti della tecnologia (praticamente sempre, giusto), ma questa è una descizione piuttosto vaga che potrebbe essere applicata anche al web design, graphic design, design industriale e a diverse altre discipline. Determinare come uni diventi un designer di interazione è una sfida ancora più difficile.”

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16 Gennaio 2008
Blog di Changing the Change
Changing the Change Circa un mese fa ho annunciato la conferenza Changing the Change sul ruolo e i risultati della ricerca di design nella transizione verso la sostenibilità (vedi PPF e Core77).

La conferenza si terrà a Torino, dal 10 al 12 luglio 2008, nel contesto di Torino Capitale Mondiale del Design, 2008.

Il blog della conferenza sta diventando una ricca piattaforma di discussione sull’argomento e vi consiglio di darci uno sguardo.